Autunno (12)

L’ acqua che passa fra il fango di certi canali
tra ratti sapienti e pneumatici e ruggine e vetri
chissà se è la stessa lucente di sole o fanali
che guardo oleosa passare rinchiusa in tre metri.
Si può stare ore a cercare se c’è in qualche fosso
quell’ acqua bevuta di sete o che lava te stesso
o se c’è nel suo correre un segno od un suo filo rosso
che leghi un qualcosa a qualcosa, un pensiero a un riflesso.

Ma l’ acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’ aria bassa,
ottusa e indifferente cammina e corre via lascia una scia e non gliene frega niente…

E cade su me che la prendo e la sento filtrare,
leggera infeltrisce i vestiti e intristisce i giardini,
portandomi odore d’ ozono, giocando a danzare,
proietta ricordi sfiniti di vecchi bambini,
colpendo implacabile il tetto di lunghi vagoni,
destando annoiato interesse negli occhi di un gatto,
coprendo col proprio scrosciare lo spacco dei tuoni
che restano appesi un momento nel cielo distratto.

E l’ acqua passa e gira e colora e poi stinge, cos’è che mi respinge e che m’ attira;
acqua come sudore, acqua fetida e chiara, amara senza gusto né colore.
Ma l’ acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’ aria bassa,
ottusa e indifferente cammina e corre via lascia una scia e non gliene frega niente…

E mormora e urla, sussurra, ti parla, ti schianta,
evapora in nuvole cupe rigonfie di nero
e cade e rimbalza e si muta in persona od in pianta
diventa di terra, di vento, di sangue e pensiero.
Ma a volte vorresti mangiarla o sentirtici dentro,
un sasso che l’ apre, che affonda, sparisce e non sente,
vorresti scavarla, afferrarla, lo senti che è il centro
di questo ingranaggio continuo, confuso e vivente.

Acque del mondo intorno di pozzanghere e pianto, di me che canto al limite del giorno,
tra il buio e la paura del tempo e del destino freddo assassino della notte scura.
Ma l’ acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’ aria bassa,
ottusa e indifferente cammina e corre via lascia una scia e non gliene frega niente…

Francesco Guccini “Acque”, 1994.

Autunno (10)

Stasera ho chiesto al caso che cosa devo fare
Sono stanco del mio ruolo e ho voglia di cambiare
Non so se andare avanti o se è il caso di scappare
O se è solo il bisogno di un nuovo sogno da sognareAdesso che ho quello che ho sempre voluto
Mi sento un tantino legato
Vorrei sparire per ricominciare da capo
Con un nuovo mazzo di carte, un nuovo giocoMa il libro mi ha detto: “Tieni la testa a posto”
“Datti una regolata e guarda bene dentro te stesso”
“Non giudicare gli altri e cerca invece di capire”
“Butta via lo specchio, ché c’è il mondo da guardare”Vorrei esser come l’acqua che si lascia andare
Che scivola su tutto, che si fa assorbire
Che supera ogni ostacolo finché non raggiunge il mare
E lì si ferma a meditare

Per scegliere se esser ghiaccio o vapore
Se fermarsi o se ricominciare

Dovrei esser come l’acqua che si lascia andare
Che scivola su tutto, che si fa assorbire
Che supera ogni ostacolo finché non raggiunge il mare
E lì si ferma a meditare

Per scegliere se esser ghiaccio o vapore
Se fermarsi o se ricominciare

Eugenio Finardi “La canzone dell’acqua”, 1979.

Autunno (9)

Le cose d’ogni giorno 
Raccontano segreti
A chi le sa guardare
Ed ascoltarePer fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
Per fare un tavolo ci vuole un fiorePer fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
Per fare un tavolo ci vuole un fiorePer fare un fiore ci vuole un ramo
Per fare il ramo ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il bosco
Per fare il bosco ci vuole il monte
Per fare il monte ci vuol la terra
Per far la terra ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiorePer fare un fiore ci vuole un ramo
Per fare il ramo ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il bosco
Per fare il bosco ci vuole il monte
Per fare il monte ci vuol la terra
Per far la terra ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiorePer fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiorePer fare tutto ci vuole un fiore
Per fare il frutto ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiore

Sergio Endrigo “Ci vuole un fiore”.

Autunno (8)

I come from down in the valley where mister when you’re young 
They bring you up to do like your daddy done 
Me and Mary we met in high school when she was just seventeen 
We’d ride out of this valley down to where the fields were green 

We’d go down to the river 
And into the river we’d dive 
Oh down to the river we’d ride 

Then I got Mary pregnant and man that was all she And for my nineteen birthday I got a union card and a wedding coat 
We went down to the courthouse and the judge put it all to rest 
No wedding day smiles no walk down the aisle
No flowers no wedding dress 

That night we went down to the river 
And into the river we’d dive 
On down to the river we did ride 

I got a job working construction for the Johnstown Company 
But lately there ain’t been much work on account of the economy 
Now all them things that seemed so important
Well mister they vanished right into the air 
Now I just act like I don’t remember, 
Mary acts like she don’t care 
But I remember us riding in my brother’s car 
Her body tan and wet down at the reservoir 
At night on them banks I’d lie awake 
And pull her close just to feel each breath she’d take 
Now those memories come back to haunt me, they haunt me like a curseIs a dream a lie if it don’t come true 
Or is it something worse 
that sends me 

Down to the river 
though I know the river is dry 
That sends me down to the river tonight 
Down to the river 
my baby and I 
Oh down to the river we ride

Bruce Springsteen “The river” 1980.

Non è il Mississipi….

Bruno Barbey (1941/2020)

Bruno Barbey vient de mourir. Bien sûr, nous lui consacrons toute cette journée. Une grande tristesse et un joli souvenir nostalgique. 

La premiere fois que nous nous sommes rencontrés, c’était à Alger.
Le 21 juillet 1969, la nuit où Neil Armstrong à 3 heures 56 posa le pied sur la lune. Bruno était venu avec sa femme Caroline assister au 1er Festival Pan Africain d’Alger . Ils étaient très beaux tous les deux.
Archie Shepp jouait dans la Casbah. C’était magique!
Jean-Jacques Naudet 

“La photographie est le seul langage qui puisse être compris partout dans le monde.” 

Bruno Barbey 

Voici le communiqué de l’Académie des beaux-arts, où il avait été élu le 13 avril 2016. 

Monsieur Laurent Petitgirard, Secrétaire perpétuel, et les membres de l’Académie des beaux-arts ont la grande tristesse de faire part du décès de leur confrère Bruno Barbey, survenu le 9 novembre 2020 à l’âge de 79 ans. Bruno Barbey était membre de la section de photographie de l’Académie, où il avait été élu le 13 avril 2016. 

Sa disparition est une très grande perte pour la Compagnie aux travaux de laquelle il participait très activement. L’Académie des beaux-arts adresse ses plus sincères condoléances à son épouse Caroline, sa famille et à ses proches. 

Né au Maroc, de double nationalité suisse et française, Bruno Barbey a étudié la photographie et les arts graphiques à l’Ecole des Arts et Métiers de Vevey (Suisse). Grâce à un premier reportage en noir et blanc consacré à la société italienne des années 60 et soutenu par Robert Delpire, il rencontre Marc Riboud et Henri Cartier- Bresson et est coopté à l’agence Magnum dès l’âge de 25 ans. Au sein de Magnum, il a exercé tour à tour les postes de vice-président pour l’Europe de 1978 à 1979 et de président de Magnum International de 1992 à 1995. Parallèlement à son travail d’auteur, il a photographié les grands événements historiques de notre époque. Bruno Barbey revenait souvent sur les lieux de ses premiers reportages, parfois dix ou trente ans après, et voyait la photographie comme un travail de mémoire. Bruno Barbey était l’auteur d’une trentaine de livres, et a collaboré avec des auteurs tels que Jean-Marie Le Clézio, Tahar Ben Jelloun, Czeslaw Milosz, Jean Genet, Bernard Guetta, Philippe Tesson et Dom Moraes. 

En 1999, le Petit Palais à Paris a organisé une importante exposition de ses photographies prises au Maroc sur une période de trente ans. En 2016, la Maison Européenne de la Photographie à Paris, a exposé une rétrospective de ses photos qui est régulièrement présentée, depuis, à travers le monde. Bruno Barbey était l’auteur d’une soixantaine d’expositions qui circulent aujourd’hui encore en France et à l’étranger, à l’image de celle qui vient de se tenir à Istanbul (Turquie). 

Depluis plusieurs années, Bruno Barbey travaillait presque exclusivement en couleurs et ses photographies font partie de nombreuses collections de grands musées internationaux. 

En 2018, Bruno Barbey a publié un ouvrage consacré aux évènements de Mai 68, en collaboration avec l’écrivain Philippe Tesson. Son dernier ouvrage Colour of China (éditions PostWave à Beijing), est paru en 2019. 

http://www.academiedesbeauxarts.fr

tratto da “L’oeil de la photographie”

Autunno (7)

“La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.”

Giosuè Carducci “San Martino” 1887.