La forza di Ippocrate

24 Ott 2020

La forza di Ippocrate – 15

Gli elefanti e il virus…

La Namibia ad oggi ha circa 12mila casi di pazienti positivi al COVID-19 ed è un numero in ascesa. Questo paese dell’Africa Sud-Occidentale confina con il Sud Africa che è la nazione africana dove il Coronavirus si è maggiormente diffuso, circa 700mila casi positivi. Lo scorso mese il ministro della Sanità della Namibia ha messo in guardia la popolazione dall’uso dello sterco degli elefanti come cura del COVID. La “cacca” di questi animali straordinari è stata usata da sempre nella medicina tradizionale soprattutto come vapore ed inalata per curare influenza, epistassi, mal di testa e mal di denti. Un elefante ne produce fino a 100 kg al giorno, una buona quantità fatta di semi, frutti e fibre non digeriti, ed in questo modo questi animali straordinari “trasportano le foreste”. E se ne fa anche uno svariato utilizzo, dalla produzione dalla carta ecofriendly al repellente per insetti o al biogas. Ma negli ultimi mesi con la diffusione del Coronavirus la sua richiesta è molto aumentata, facendo salire i prezzi alle stelle. Da cui la presa di posizione del governo che ne ha proibito la raccolta all’interno dei parchi nazionali mentre fuori dai confini delle riserve è permessa anche se ne è sconsigliato l’uso in chiave anti-COVID.

Di fronte ad una nuova malattia l’uomo da sempre ha cercato possibili rimedi veloci ed immediati. Il lavoro della scienza comporta un metodo razionale, lungo e difficile e l’evidenza deve essere sempre dimostrabile. In alcuni casi la medicina tradizionale ha un suo valore ed una sua efficacia, soprattutto quando nasce dall’accurata osservazione della natura e di meccanismi empirici di causa effetto. Tutt’altra cosa sono i rimedi di pura invenzione che spesso nascono dalla comprensibile disperazione di fronte a fenomeni nuovi e non controllabili, epidemie e malattie incurabili.

In questi giorni qui sull’Equatore guardiamo con estrema preoccupazione alla recrudescenza della pandemia nel Nord del mondo. Amici e colleghi ci chiedono spesso: “ma da voi come va? Quanti positivi, quanti malati gravi in terapia intensiva?”. Qui in Kenya sono pochissimi i tamponi effettuati, poche migliaia al giorno. Da cui pochi positivi in termini numerici, ma tanti in percentuale, circa il 10% dei test fatti. Relativamente pochi pazienti in terapia intensiva, ma i reparti di rianimazione in tutto il paese si possono contare sulle dita di una mano. Nonostante i dati incerti, l’impatto clinico e la mortalità sembrano effettivamente minori rispetto agli altri continenti. Anche il riscontro quotidiano nel nostro ospedale e nei centri periferici conferma un basso numero di pazienti molto gravi. Alla luce delle conoscenze attuali sicuramente limitate soprattutto su genetica e recettori e sull’ eventuale ruolo protettivo di vaccinazioni pregresse, la situazione clinica in Africa sembra meno seria, almeno fino ad ora, a fronte invece delle drammatiche conseguenze socio-economiche. Possiamo considerare alcuni fattori. Indubbio il ruolo della giovane età della popolazione, in Kenya più del 50% degli abitanti ha meno di 15 anni. Il numero delle case di riposo è molto ridotto, con gli anziani che vivono nei villaggi di origine e non restano in città. Qui è in arrivo la stagione calda che durerà fino a marzo e la vita si svolge spesso all’aperto. A queste latitudini viviamo continuamente epidemie. Coscienti della carenza delle strutture ospedaliere, ma anche riconoscendo l’importanza essenziale dell’Educazione Sanitaria e della prevenzione, la Primary Health funziona abbastanza bene. Invece in determinate regioni italiane si è investito maggiormente nella Sanità privata ed in cliniche di alta specializzazione, tagliando i fondi alla Medicina territoriale e preventiva ed ai piccoli ospedali dei centri di provincia, utilissimi avamposti per la salute dei cittadini.

Dovremmo prendere l’occasione, se pur drammatica, della pandemia per ripensare al nostro essere al mondo, alle nostre priorità.

Impariamo dagli elefanti, animali sociali ed intelligentissimi, pensatori lenti ma efficaci, seminatori di foreste, che lottano per sopravvivere alla distruzione della natura, all’ingordigia, stupidità e scarsa lungimiranza degli uomini.

Dott. Gianfranco Morino http://www.world-friends.it

Autunno (4)

Quando è stata quell’ultima volta
Che ti han preso quei sandali nuovi
Al mercato coi calzoni corti
E speranza d’estate alla porta
Ed un sogno che più non ritrovi
E quei sandali duravan tre mesi
Poi distrutti in rincorse e cammino
Quando è stata quell’ultima volta
Che han calzato il tuo piede bambino
Lungo i valichi dell’AppenninoQuando è stata quell’ultima volta
Che ti ho vista e poi forse baciata
Dimmi adesso ragazza d’allora
Quando e dove te ne sei andata
Perché e quando ti ho dimenticataTi sembrava durasse per sempre
Quell’amore assoluto e violento
Quando è stato che finito il niente
Perché è stato che tutto si è spento
Non ha visto nemmeno settembreQuando è stata quell’ultima volta
Che hai sentito tua madre cantare
Quando in casa leggendo il giornale
Hai veduto tuo padre fumare
Mentre tu ritornavi a studiare
In quei giorni ormai troppo lontani
Era tutto presente e il futuro
Un qualcosa lasciato al domani
Un’attesa di sogno e di oscuro
Un qualcosa di incerto e insicuroSarà quando quell’ultima volta
Che la vedi e la senti parlare
Quando il giorno dell’ultima volta
Che vedrai il sole nell’albeggiare
E la pioggia ed il vento soffiare
Ed il ritmo del tuo respirare
Che pian piano si ferma e scompare

Francesco Guccini “L’ultima volta” dall’album “L’ultima thule” 2012.

In memoria. Chris Killip (1946-2020)

Chris Killip vient de mourir. Il était l’un des grands photographes documentaires anglais. Nous l’avions publié plusieurs fois.

Le photographe Soren Harbel nous a envoyé ce texte ! Jean Jacques Naudet

La Jeunesse Magistrale de Chris Killip sur un Mur

Il y a 15 ans, j’ai acheté ma première photographie de Chris Killip. La photographie représente une époque de l’histoire, où Killip, 30 ans, engagé, mais impressionnable, a été témoin de la fin d’un cycle économique dans le nord de l’Angleterre, alors que la fabrication industrielle était en train de mourir et que la pauvreté et le désespoir étaient à l’ordre du jour.page1image1810112page1image3777552page1image5774240page1image1809888page1image1808768

Je m’identifie à la photographie de façon personnelle, car je suis presque sûr que le jeune homme sur la photo a plus ou moins mon âge. C’est difficile à dire exactement, car Killip n’a rien dit à son sujet, à part nommer la photographie: Youth on Wall, Jarrow, Tyneside, 1976. En 1976, j’avais 15 ans, à peu près pareil, je pense que le jeune homme sur cette photographie. Mon père a toujours dit que je devrais toujours me souvenir que nous ne choisissons pas où nous sommes nés. Le jeune sur le mur a grandi à une époque où les choses étaient difficiles, les usines fermaient, les syndicats étaient détruits et le cœur industriel du Royaume-Uni vidé.

Le jeune homme porte une veste usée une moitié de costume, je pense, qui a connu des jours bien meilleurs – avec des poches qui semblent avoir tenu les poings fermés pendant très longtemps, et peut-être une casquette en tweed retroussée. On peut voir quelques rayures au bas d’un pull, qui pour moi ressemble à une partie d’un ancien uniforme scolaire. Nous ne pouvons pas voir ce qu’il porte sous le pull, mais je

suppose qu’un maillot de corps pas si blanc. Ses pantalons sont noirs et suggèrent qu’ils ont été beaucoup portés. De longues chaussettes en laine relient les pantalons qui semblent plus courts qu’ils n’auraient probablement dû l’être à l’époque, avec les bottes usées massives, qui semblent incroyablement grandes, ou au moins plusieurs tailles plus grandes que ce dont ce jeune homme par ailleurs décharné aurait dû avoir besoin. Mais ce qui me touche vraiment, mis à part la grande composition photographique, ce sont les poings serrés pressés contre le front du jeune homme, et les lignes émanant de ses yeux fermés, et sur son front sous les cheveux très courts, sans doute coupés rapidement avec une machine. . C’est comme si le jeune voulait se voir lui-même disparaître. Pour finir avec les épreuves et les tribulations qui forment sa réalité apparemment sans fin.

La composition de la photographie me rappelle les nus de Ruth Bernhard dans des boîtes. C’est comme si le jeune homme se faisait le plus petit possible pour tenir dans un espace minuscule identique au cadre du photographe. Ses vêtements me rappellent les hommes qui se présentaient tous les jours à la recherche d’un travail éreintant sur les docks de Liverpool ou de Belfast. Des hommes espérant être choisis par les chefs d’équipage pour une journée de travail de chargement ou de déchargement des navires à la main. Le travail de Colin Jones me vient à l’esprit. J’imagine que le jeune a une casquette enroulée dans sa poche et pourrait facilement se glisser parmi les milliers de journaliers espérant repousser le propriétaire avide pour un autre jour et acheter les produits de base pour un simple repas pour lui et sa famille. Bien sûr, le jeune de Killip est bien trop maigre et trop faible pour être engagé par les chefs d’équipes.

Chris Killip est décédé mardi. Il avait 74 ans. Il est surtout connu pour son travail dans le nord de l’Angleterre au milieu des années 1970. Il a créé un corpus d’œuvres qui a été rassemblé dans l’un des livres de photographie les plus importants de l’époque: Inflagrante. Killip a vécu parmi ses sujets, a partagé leur perte et leur désespoir et a compris le contexte de ses photographies – sinon encore l’importance – de telle sorte qu’il a pu disparaître à l’arrière-plan et montrer la réalité brute de ce qui se passait à un moment de l’histoire. c’était cruel, dur et pour beaucoup un combat sans fin pour simplement survivre.

Je regarde cette photo tous les jours quand je rentre dans mon salon. Cela me rappelle que je ne devrais rien prendre pour acquis et que je devrais être heureux d’être vivant, en bonne santé et désireux de faire face à la journée.

Chris Killip (1946-2020) Repose en paix et merci pour ce rappel quotidien.

Soren Harbel

A propos de Soren Harbel

Je photographie avec un vieux Leica depuis plus de 30 ans et je continue de photagraphier avec des films. En plus de mon propre travail, j’ai construit au fil des ans une collection de photographies principalement humanistes qui couvre une période allant des années 1940 aux années 1980. Dans les années 1990, je suis retourné à l’université pour étudier l’histoire de l’art avec une spécialisation en photographie, ce qui a abouti, comme on pouvait s’y attendre, à une grande collection de livres de photographie. – Soren Harbel

http://www.harbel.com

tratto da “L’oeil de la photographie”

In viaggio (9)

Il paese ormai è ridotto in un grande pascolo pieno di mucche, di maiali, capre e pecore, le persone sono poche, è ridotto male, non ci sono più i campi. Gli orti che c’erano fino a qualche tempo fa non esistono più, non vi sono più le coltivazioni, tutto è preda degli animali. Il paese si trova in una brutta situazione, non so come descriverlo, come posso definirlo, perché farlo mi rattrista molto. Salvino Nucera, da “Il senso dei luoghi”, di Vito Teti, Donzelli, 2004.

Roghudi e la fiumara dell’Amendolea (RC)

Il canale di Sicilia visto da Bova (RC).