Diario (ventisette marzo)

Farà piacere un bel mazzo di rose
E anche il rumore che fa il cellophane
Ma una birra fa gola di più
In questo giorno appiccicoso di caucciù
Sono seduto in cima a un paracarro
E sto pensando agli affari miei
Tra una moto e l’altra c’è un gran silenzio
Che descriverti non saprei
Oh, quanta strada nei miei sandali
Quanta ne avrà fatta Bartali
Quel naso triste come una salita
Quegli ochhi allegri da italiano in gita
E i francesi ci rispettano
Che le balle ancora gli girano
E tu mi fai, dobbiamo andare al cine
E vai el cine, vacci tu
È tutto un complesso di cose
Che fa sì che io mi fermi qui
Le donne a volte sì sono scontrose
O forse han voglia di far la pipì
E tramonta questo giorno in arancione
E si gonfia di ricordi che non sai
Mi piace restar qui sullo stradone
Impolverato, se tu vuoi andare, vai
E vai che io sto qui e aspetto Bartali
Scalpitando sui miei sandali
Da quella curva spunterà
Quel naso triste da italiano allegro
Tra i francesi che si incazzano
E i giornali che svolazzano
C’è un pò di vento, abbaia la campagna
E c’è una luna in fondo al blu
Tra i francesi che s’incazzano
E i giornali che svolazzano
E tu mi fai, dobbiamo andare al cine
E vai al cine, vacci tu
Paolo Conte “Bartali”, 1979.
diario 53
diario 51

Diario (venticinque marzo)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Cesare Pavese, 1951.

diario 42

diario 43Christophe Calais “Rwanda. Le cri des mortes, le silence des vivants” BBK Editions, 1998.

diario 40

diario 41

diario 45

Diario (ventidue marzo)

diario 28

Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare, così solita e banale come tante,
Che non merita nemmeno due colonne su un giornale o una musica o parole un po’ rimate,
Che non merita nemmeno l’ attenzione della gente, quante cose più importanti hanno da fare,
Se tu te la sei voluta, a loro non importa niente,
Te l’ avevan detto che finivi male…
Ma se tuo padre sapesse qual’ è stata la tua colpa rimarrebbe sopraffatto dal dolore,
Uno che poteva dire “guardo tutti a testa alta”, immaginasse appena il disonore,
Lui che quando tu sei nata mise via quella bottiglia per aprirla il giorno del tuo matrimonio,
Ti sognava laureata, era fiero di sua figlia,
Se solo immaginasse la vergogna,
Se solo immaginasse la vergogna,
Se solo immaginasse la vergogna…
E pensare a quel che ha fatto per la tua educazione, buone scuole e poca e giusta compagnia,
Allevata nei valori di famiglia e religione, di ubbidienza, castità e di cortesia,
Dimmi allora quel che hai fatto chi te l’ ha mai messo in testa o dimmi dove e quando l’hai imparato
Che non hai mai visto in casa una cosa men che onesta
E di certe cose non si è mai parlato
E di certe cose non si è mai parlato
E di certe cose non si è mai parlato…
E tua madre, che da madre qualche cosa l’ ha intuita e sa leggere da madre ogni tuo sguardo:
Devi chiederle perdono, dire che ti sei pentita, che hai capito, che disprezzi quel tuo sbaglio.
Però come farai a dirle che nessuno ti ha costretta o dirle che provavi anche piacere,
Questo non potrà capirlo, perché lei, da donna onesta,
L’ ha fatto quasi sempre per dovere,
L’ ha fatto quasi sempre per dovere,
L’ ha fatto quasi sempre per dovere…
E di lui non dire male, sei anche stata fortunata: in questi casi, sai, lo fanno in molti.
Sì, lo so, quando lo hai detto, come si usa, ti ha lasciata, ma ti ha trovato l’ indirizzo e i soldi,
Poi ha ragione, non potevi dimostrare che era suo e poi non sei neanche minorenne
Ed allora questo sbaglio è stato proprio tutto tuo:
Noi non siamo perseguibili per legge,
Noi non siamo perseguibili per legge,
Noi non siamo perseguibili per legge…
E così ti sei trovata come a un tavolo di marmo desiderando quasi di morire,
Presa come un animale macellato stavi urlando, ma quasi l’ urlo non sapeva uscire
E così ti sei trovata fra paure e fra rimorsi davvero sola fra le mani altrui,
Che pensavi nel sentire nella carne tua quei morsi
Di tuo padre, di tua madre e anche di lui,
Di tuo padre, di tua madre e anche di lui,
Di tuo padre, di tua madre e anche di lui?
Ma che piccola storia ignobile sei venuta a raccontarmi, non vedo proprio cosa posso fare.
Dirti qualche frase usata per provare a consolarti o dirti: “è fatta ormai, non ci pensare”.
E’ una cosa che non serve a una canzone di successo, non vale due colonne su un giornale,
Se tu te la sei voluta cosa vuoi mai farci adesso
E i politici han ben altro a cui pensare
E i politici han ben altro a cui pensare
E i politici han ben altro a cui pensare…
“Piccola storia ignobile”, Francesco Guccini.
diario 29
diario 32
diario 30Gnocchi. Al pesto. E’ domenica!